Sa Die De Sa Sardigna

"sa die de sa Sardigna"

Tutto cominciò quando la flotta francese di affacciò davanti alla città di Cagliari nel dicembre 1792. Già da un po’ di tempo era nell’aria il pericolo che i francesi avessero intenzione di invadere la Sardegna. In città erano peraltro in molti a vedere di buon occhio un’eventuale annessione dell’isola alla Francia. Ma non tutti la pensavano così. Alcuni fra i notabili cagliaritani che volevano in buona fede servirsi della rivoluzione francese per dare alla Sardegna la democrazia, accettarono dei denari e cominciarono ad adoprarsi per fare i proseliti tra borghesi e popolani. Fatto sta che dopo un po’ di tempo a Cagliari cominciarono a circolare gli Assignats (cartamoneta della Francia rivoluzionaria). E mentre il clero predicava nelle chiese cagliaritane perché il popolo si preparasse a respingere gli eventuali invasori francesi, indicati e descritti come violentatori di donne, assassini e barbari, il Vicerè Balbiano, sottovalutando i timori di Torino, non si preoccupò minimamente di tali segnali, o per lo meno non ne diede apparenza. E la cosa comica fu che un avvenimento di cui era a conoscenza gran parte dell’Europa, a Cagliari rimaneva un segreto custodito nelle stanze viceregine. Tanto che serpeggiò il dubbio che Balbiano fosse segretamente in combutta con i transalpini. Altri avevano ipotizzato che pensasse esclusivamente alla sua sola salvezza, dacchè si era sparsa la voce che egli avesse già spedito a Livorno alcune delle sue masserizie. Le continue richieste dei comandanti militari di dotare la città di adeguate difese non valsero a smuovere il Vicerè dalla sua infingarda indifferenza, salvo dare disposizioni per l’allestimento di un posto di difesa sul colle di Sant’Elia. Fu costruito un forte, che peraltro non fu finanziato con i soldi dell’erario, ma con il fondo cassa, cosiddetto “delle torri”. Ma l’allestimento di nuove artiglierie nei forti e sopra le mura, rese necessario aumentare il numero degli artiglieri. Alla bisogna concorsero i notabili delle città e dei paesi della Sardegna, arruolando dei volontari. Notevole fu il numero dei volontari, di ogni ceto e mestiere: Cagliari, prevalentemente in pericolo rispetto agli altri isolani, si preparava adeguatamente al paventato attacco francese. Ed aveva oltremodo ragione perché il pericolo si stava avvicinando a grandi passi. Una mattina del freddo gennaio 1793, un colpo potente di cannone squarciò quell’aria invernale. Tutti si riversarono nella piazza di San Michele in Stampace: giovani, vecchi, uomini e donne. Ci furono una serie di scoppi e tutti si dispersero in un attimo, ma mentre le donne si rifugiarono in chiesa dove il clero intonava le preghiere, i giovani corsero verso le mura del porto dove altri valorosi erano pronti a rintuzzare ogni forma di attacco della flotta francese. Il bombardamento di quella giornata fu ritenuto una vendetta perché alcuni giorni prima (era il 28 gennaio) una lancia staccatasi dalla flotta fu mandata verso il porto di Cagliari per parlamentare con il Vicerè, ma gli artiglieri del molo aprirono il fuoco, uccidendo alcuni francesi e ferendone altri. Il giorno successivo un’altra scialuppa fu attirata in un agguato predisposto dal capopopolo Vincenzo Sulis, e furono uccisi altri francesi. In breve il bombardamento divenne più intenso e bombe, granate, palle di ferro tempestarono la città senza sosta, dalle 8 del mattino fino alle 2 del pomeriggio, facendo tremare gli edifici non solo di Cagliari, ma anche delle ville vicine. Grazie alle fortificazioni tuttavia, i danni furono relativamente pochi. Solo 5 persone furono colpite a morte, e forse per propria colpa, non essendosi adeguatamente riparate. Relativi furono anche i danni materiali, se si esclude un proiettile lanciato da cannone a lunga gittata che colpì il campanile della Chiesa di San Giacomo. Durante il bombardamento le truppe del Vicerè di stanza a Cagliari, e cioè i granatieri del reggimento Piemonte e gli svizzeri del colonnello Schmidt scesero dal Castello verso il porto con l’intento di affrontare un eventuale sbarco francese. Tuttavia non solo non dovettero contrastare il nemico, ma addirittura non videro neppure le lance che lo trasportavano. Eppure il Vicerè giudicò la “passeggiata” dei due reggimenti dal Castello alla Marina un atto di grande valore, elargendo loro un pubblico encomio. Il popolo e le forze locali, volontari e miliziani, capirono che in questo modo si volevano esaltare azioni senza valore dei soldati vicereali, trascurando i veri atti eroici compiuti dai sardi. Infatti chi aveva veramente combattuto erano soprattutto gli artiglieri volontari sardi, che riuscirono a danneggiare molte navi della flotta della Divisione Touchè Treville, ben presto costrette a portarsi fuori tiro. Dopo aver tenuto consiglio di guerra, i francesi, a bordo della nave dell’Ammiraglio Truguet, il 14 febbraio dettero inizio all’offensiva con un tentativo di sbarco presso il colle di Sant’Elia. Le truppe avevano l’ordine di occupare il colle e anche il colle di Bonaria, per poter bombardare dall’alto la città di Cagliari. Ma vennero respinti dai miliziani, comandati da Girolomo Pitzolo. Intanto che la campagna contro i francesi era in corso e la partecipazione dei sardi era entusiastica, all’interno della città e del Campidano si verificarono degli episodi che dimostravano chiaramente quanto non fosse unanime l’ostilità verso i transalpini. Il professore universitario Luigi Liberti fu arrestato perché aveva detto che non era vero che i francesi violentassero le donne , e che a Carloforte si erano comportati bene. Altro personaggio che fu arrestato per sedizione, fu il mastro muratore Michele Loi Cedda, perché aveva cercato di dissuadere alcuni popolani dall’andare a combattere contro i “giacobini”. A Sinnai poi, un banditore di Selargius, Antonio Arriu, invece di diffondere il pregòne col quale il Vicerè Balbiano proibiva qualunque intesa col nemico, minacciando addirittura la pena di morte, andava dicendo che il Vicerè aveva ricevuto 7mila scudi per passare agli invasori. Un’altra colonna di francesi sbarcò al margine rosso nel litorale Quartese. Ma anche qui, le sorti della battaglia furono loro avverse. Infatti gli agguerriti miliziani sardi con sommo valore ebbero ragione della pur grande preparazione bellica dei “figli della rivoluzione”. I miliziani vennero dalla Sardegna settentrionale, abilissimi nella lotta corpo a corpo, fecero strage dei transalpini. Si racconta che dopo aver ucciso l’avversario ne prendessero come trofeo il cappello o la divisa dai bottoni dorati. Ma anche la poca conoscenza delle infide paludi della spiaggia di Quartu favorì la disastrosa disfatta delle truppe bianco-rosso-blu. Infatti un drappello che indietreggiava verso le postazioni in riva al mare, fu bersaglio di colpi di fucileria dei propri compagni, che lo avevano scambiato per nemico. A questo punto furono in molti fra i francesi a chiedere disperatamente di essere reimbarcati. Intanto si era via via rafforzato il vento di maestrale, mettendo a dura prova la flotta francese, che, dopo aver mandato delle lance alla riva di Quartu ed aver recuperato i pochi superstiti delle battaglie contro i sardi, levò le ancore, dileguandosi, spinta violentemente al largo. Dopo 33 giorni dall’arrivo baldanzoso nell’isola delle navi mandate dal Direttorio a conquistare la Sardegna, il contrammiraglio Truguet se ne tornava in Francia con la coda fra le gambe. I sardi, malgrado l’indifferenza del Vicerè e dei suoi mercenari, avevano combattuto con estremo valore e avevano salvato il trono a Vittorio Amedeo III. I francesi sono andati via definitivamente. La Sardegna è libera e a Cagliari la vita è tornata normale. A questo punto Vittorio Amedeo III vuole premiare i sardi che gli hanno salvato il trono, ma nell’assegnazione delle ricompense vengono favoriti i piemontesi, cosa che suscita molto malumore. Il re aveva concesso ben misera ricompensa: 24 doti da 60 scudi da distribuire ogni anno per sorteggio fra le zitelle povere; la fondazione di 4 posti gratuiti per il Collegio dei Nobili di Cagliari; la concessione di 2 posti del Collegio dei Nobili di Torino; l’assegnazione di mille scudi annui a beneficio dell’Ospedale di Cagliari, e l’amnistia per tutti i delitti avvenuti prima della guerra. E’ chiaro che tutte queste cose esacerbarono l’animo, prima che del popolo, di coloro che avrebbero meritato di occupare posti di superiori funzioni nel vicereame. Allora gli Stamenti (ecclesiastico, militare e reale) si adoperarono per inviare al Re una richiesta dettagliata che rivendicasse i diritti della “nazione sarda”.

Il 17 agosto 1793 partono da Cagliari i deputati dello Stamento Ecclesiastico (Monsignor Aymerich ed il Canonico Pietro Maria Sisternes) che erano stati preceduti dagli avvocati Don Girolamo Pitzolo e Don Domenico Simon dello Stamento Militare e dagli avvocati Maria Ramasso e Antonio Siriana dello Stamento Reale. Questi Deputati, che portavano ai Re Vittorio Amedeo III la richiesta. Si ritrovarono a Torino ai primi di settembre. Purtroppo erano stati preceduti da messaggi inviati dal Vicerè Balbiano al Ministro Graneri, messaggi in cui si raccomandava di non accettare la richiesta dei sardi, e addirittura di tentare opera di corruzione nei confronti dei delegati inviati a Torino. La delegazione fu tenuta in quarantena senza che potesse incontrare il Re. Intanto da Torino venne ordinato che si sciogliessero, a Cagliari, le riunioni degli Stamenti. Lo Stamento Ecclesiastico sciolse le sue adunanze, mentre quelli Reale e Militare elevarono vibrante protesta al Vicerè. Un reclamo deciso quanto inutile dato che il Vicerè potè fare la voce grossa, perché a Cagliari era presente la flotta inglese che gli forniva ampia garanzia, se vi fossero stati dei disordini. Rientrato il Re a Torino, i deputati sardi attesero oltre tre mesi, prima di essere ricevuti dal monarca. Mentre a Torino la delegazione degli Stamenti aspettava le risposte del Re, a Cagliari il malcontento aumentava. I rappresentati del ceto medio, i caporioni degli artigiani e i capi delle corporazioni, studiavano il piano per sommuovere e rimuovere la situazione esistente. Anche perché nel nord dell’isola si erano verificate delle sommosse contro i feudatari, e si riteneva che i tempi fossero maturi per una “rivoluzione”. I “congiurati” erano concentrati nella classe forense, più vicina al Parlamento. Tra i capi vi erano gli avvocati Cabras e i fratelli Pintor, principi del foro cagliaritano. A costoro fu indirizzata la fatidica lettera di incitamento a liberarsi dei piemontesi, inviata da Gerolamo Pitzolo che da Torino, dove era in attesa delle risposte reali, vedeva sempre più allontanarsi l’incontro con Vittorio Amedeo III, e sempre più sfumare la missione cui erano stati preposti lui e gli altri inviati dagli Stamenti. In questa lettera, consegnata da un corriere segreto al Cabras, si incitavano i cagliaritani a cacciare il Vicerè ed i suoi accoliti dalla Sardegna. Solo se i piemontesi fossero stati allontanati sarebbero state soddisfatte le legittime aspettative dei sardi! Così, già dai primi giorni dell’aprile 1794 si mise a punto il progetto di espulsione.

I capi della sommossa decisero che questa sarebbe avvenuta il 4 maggio, durante il ritorno in città della processione di Sant’Efisio. Intanto arrivò la risposta da Torino, che peraltro non fu comunicata ai delegati ma direttamente al Vicerè. Questi lesse ai rappresentanti del regno la fatidica risposta: nulla di quanto richiesto era stato concesso. Si optò quindi per la sommossa. Ma una spiata al Vicerè indusse i congiurati ad anticipare la “emozione”, come ormai la si definiva, alla notte fra il 28 e il 29 aprile. I rivoltosi avrebbero dovuto, con il popolaccio, prendere prigionieri tutti i piemontesi nel sonno e quindi cacciarli incruentamente dall’isola. Ma le cose non andarono come progettato: un’altra spiata certamente indusse il comportamento che i piemontesi ebbero il giorno 28 aprile. Così un anonimo testimone dei fatti descrive la giornata: Spuntato il 28 aprile 1794 i popolani osservarono con apprensione i soldati del reggimento svizzero al comando del colonnello Schmidt vestiti in parata con le ghette alle gambe, ma appena si sparse la voce che probabilmente in quella mattinata sarebbe passata la mostra d’ispezione, la gente non ne fece conto, e ognuno continuò ad attendere ai propri affari. Ma verso mezzogiorno furono rinforzati i corpi di guardia alle porte del Castello e della Marina. Verso circa la una, proprio quando i cagliaritani erano a pranzo, un folto picchetto di soldati con baionetta innestata e con tamburo battente, comandato addirittura dal Maggiore della Piazza Cavalier Lunel, scese dal Castello e si avviò verso il quartiere di Stampace. La meta era la casa dell’avvocato Vincenzo Cabras che stava per mettersi a tavola con i familiari, tra cui i due generi Bernardo ed Efisio Pintor. Quest’ultimo, messo sull’avviso dell’arrivo dei soldati piemontesi, scavalcò una finestra nel retro della casa e fuggì. Il vegliardo avvocato Cabras attese invece di sentir bussare alla porta e si presentò calmo e sereno al cospetto del cavalier Lunel. Questi gli notificò l’accusa “sedizione contro lo Stato” e lo arrestò insieme al genero Bernardo, scambiato per il fratello Efisio. Il plotone, seguito dai pianti e dalla disperazione dei familiari dei due arrestati, si avviò verso il Castello, mentre una piccola folla veniva accodandosi al corteo, spinto dalla curiosità, ma anche dall’apprensione per la sorte che sarebbe stata riservata ai due concittadini. Mentre il picchetto in piena assetto di guerra si allontanava verso il Castello, l’avvocato Efisio Pintor, il vero ricercato, inforcò un cavallo e percorse le vie di Stampace arringando a piena voce il popolo e annunciando l’arresto del suocero e del fratello. Intanto la piccola folla che aveva seguito il picchetto, arrivata alla porta Stampaccio si vide precluso l’ingresso: ritenendo che i piemontesi volessero giustiziare sommariamente i prigionieri, si ribellò con grande clamore. Ma ben presto si aggiunsero anche gli stampaccini che erano stati sollevati dal Pintor: si diede piglio alle armi e si cercò di forzare la porta. Alcuni popolani si staccarono e si portarono velocemente alla porta di Sant’Agostino, dove diedero fuoco ad un’enorme quantità di legna e fascine.
Grazie al fuoco aprirono una breccia e attaccarono la guardia, che disarmarono, trovandole solo una debole resistenza ed impadronendosi quasi subito delle batterie. Intanto nel quartiere di Stampace cominciarono a rintoccare a le campane delle chiese, cui risposero le campane della Marina e di Villanova, sollevando gli abitanti dei due borghi. I rivoltosi, aperte tutte le porte, si precipitarono verso la porta Cagliari, primo baluardo del Castello. Trovandola chiusa, cominciarono anche qui ad ammucchiare legna e fascine per aprire un varco col fuoco. Nel frattempo tutta la truppa di stanza all’interno del Castello, venne piazzata nei punti strategici, con l’ordine di far fuoco sui rivoltosi e di puntare i cannoni verso i sobborghi. Ma il popolo del quartiere, preso coraggio, conquistò le batterie rivolgendo verso il Castello stesso le armi piemontesi. Intanto bruciata la porta Cagliari, il popolaccio entrò nel quartiere Castello con impeto e furore mettendo in fuga e arrestando i soldati che montavano la guardia. Altri puntarono verso la porta della torre dell’Elefante, ed altri ancora verso la torre del Leone, con l’intento di raggiungere il palazzo viceregio e fermare il Vicerè. Alcuni intrepidi rivoltosi si accorsero che nei bastioni del Balice, tra l’Università ed il collegio di San Giuseppe, era schierata la compagnia dei granatieri dello Schmidt, e lo attaccarono, così come un distaccamento di dragoni presso Santa Caterina. I piemontesi furono ben presto sopraffatti anche grazie all’aiuto dei galeotti, nel frattempo liberati dal bastione, e i loro cannoni furono trascinati lungo le strade di Castello fino ad arrivare alla “prazzitta”, oggi piazza Carlo Alberto. I soldati del Vicerè, ormai accerchiati, si arresero e rimase dunque solo la guardia di stanza nella piazza Palazzo, a difesa della sede governativa. Questi soldati si batterono con violenza e audacia, forse per la presenza del Vicerè e del Generale delle armi, ma circondati e sotto il pericolo di cannonate, si ritirarono all’interno del palazzo. Ebbero certo paura di essere massacrati, ma i rivoltosi si limitarono a prenderli e mandarli prigionieri nei conventi cittadini. Intanto il popolo invase il palazzo alla ricerca del Vicerè ed i suoi familiari, ma invano. Tutti avevano infatti trovato rifugio nel collegato palazzo arcivescovile. Per cui molti rivoltosi ripiegarono sulle fornite cantine del Vicerè e brindarono alla vittoria. Ma ben presto l’entusiastica orda penetrò anche nel palazzo arcivescovile, facendo prigioniero il Vicerè Balbiano e tutte le massime autorità piemontesi. Ad eccezione del Vicerè e del Ministro Graneri, che furono lasciati nel palazzo ben guardati da popolani messi a vigilare, tutte le altre persone, soldati e civili, furono condotti nel convento dei Frati Minori Osservanti della Marina, ove stettero due giorni. Dopo l’arresto del Vicerè il governo della città venne preso dalla Reale Udienza a sale riunite. La prima decisione presa dalla Reale Udienza fu quella di impedire ogni disordine che si sarebbe potuto verificare nottetempo, dando luogo a furti, saccheggi o eccessi di delinquenza. Furono organizzate pattuglie di ronda, composte da gente scelta di ogni ceto. Le ronde giravano per tutta la notte la città, e lo fecero nel migliore dei modi tanto che per molto tempo non vi furono a Cagliari né omicidi, né risse né furti. Poi si provvide a costituire un corpo di milizie urbane per montare la guardia alle porte e svolgere servizio di polizia. Altra importante decisione del nuovo governo provvisorio fu che il Vicerè, con i suoi ministri e tutti i piemontesi, savoiardi, cioè tutti gli arrestati fossero imbarcati con sicurezza e senza che fosse fatto loro del male. Finalmente il giorno 7 maggio 1794 tutti i piemontesi furono accompagnati al porto e imbarcati su tre navi: una veneziana, dove prese posto il Vicerè, una ragusea ed una spagnola, per il resto della comitiva. In questo frangente accadde un fatto curioso: mentre il Vicerè e i suoi familiari si avviavano al porto, una ventina di carri a buoi seguivano carichi di masserizie. Ad un certo punto la popolazione che festante faceva “ala” al corteo, fece fermare i carri con l’intenzione di portar via il carico dicendo che erano ricchezze ammassate ingiustamente dai piemontesi e che si trattava di sangue dei poveri.
E già si stavano per scaricare i carri, quando Vincenzo Sulis, caporione del popolo, convinse il capoccia di quella moltitudine a lasciar partire i carri e lasciare che i piemontesi portassero via tutte quelle cose. Questo perché davanti all’Europa i sardi non apparissero aver fatto la rivoluzione per appropriarsi di quei beni e non per riguadagnarsi la libertà e l’indipendenza. Così finiva la grande rivolta del popolo sardo: era il 1794, ricordato nei secoli avvenire come “S’ann’e s’acciappa!” ed oggi celebrato il 28 aprile di ogni anno come Sa die de sa Sardigna.

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